DOMANDE SUGLI SPAZI PUBBLICI CHE ATTENDONO RISPOSTA

di D(i)ritti alla Città
12 aprile 2022


Domenica scorsa il Sindaco ha parlato attraverso gli organi di informazione locale a proposito dello sgombero di Banca Rotta. Ha usato toni di completa chiusura verso qualsiasi forma di gestione degli spazi pubblici che non rientrino nei rigidi schemi previsti dal Comune. Nulla è tollerato se non coincide con la personale visione del Sindaco, il quale – anziché valorizzare le differenze (come il suo ruolo gli imporrebbe) – pretende di ridurle ad omogeneità. Il Comune è più interessato a costruire una retorica che manipola i concetti di partecipazione e rigenerazione urbana.

Noi siamo solidali con Banca Rotta e condanniamo l’ennesimo sgombero. Vogliamo aprire una discussione sui beni comuni che il Sindaco vuole invece chiudere definitivamente. Nell’intervista ha detto che il Comune “ha fatto un percorso importante sugli spazi”. Noi non ce ne siamo accorti: in città si contano moltissimi spazi pubblici abbandonati, probabilmente almeno 180 (non è possibile un calcolo preciso, perché – a dispetto della trasparenza della pubblica amministrazione – non esiste un censimento completo).
L’amministrazione comunale ha il dovere rispondere ad alcune domande che interessano tutte e tutti coloro che vivono e attraversano questa città:

  • Perché il Sindaco si trincera dietro la procedura formale dei bandi quando anche la normativa si è evoluta in senso differente, come attestato da alcune disposizioni contenute nel Codice del Terzo settore e nel Codice dei contratti?
  • Perché il Comune di Bologna non ha finora attuato alcuna iniziativa per il riconoscimento degli usi collettivi ispirati agli usi civici, che rappresentano la forma più idonea per una gestione mutualistica degli spazi pubblici da parte di gruppi informali di cittadine e cittadini? Perché rifiuta di seguire la strada imboccata da altri Comuni (come ad esempio Padova, Torino, Bari e Napoli)?
  • Perché nell’adozione di progetti di “rigenerazione” degli immobili di proprietà pubblica non sono stati previsti percorsi di partecipazione nei quali le cittadine e i cittadini potessero realmente prendere parte al processo decisionale? Perché le rare forme di consultazione sono state ridotte alla sola possibilità di suggerire marginali correzioni a scelte già prese?
  • Perché la destinazione delle aree ferroviarie dismesse, per la cui rigenerazione sono previsti ingenti finanziamenti nell’ambito del PNRR, è stata decisa senza alcun dibattito pubblico? Perché per quelle aree un ente pubblico (il Comune) decide di utilizzare denaro pubblico (fondi PNRR) per acquistare beni pubblici senza garantire la loro gestione pubblica?
  • Perché l’ex caserma Sani – dove in passato il Comune aveva previsto la realizzazione di un grande parco pubblico – verrà quasi completamente trasformata in abitazioni private? Perché gli alberi saranno quasi completamente abbattuti? Perché anche l’ex caserma Mazzoni seguirà la stessa sorte (salvo la realizzazione compensativa di un piccolo parco) e l’ex caserma Masini verrà trasformata in abitazioni, albergo e parcheggio?
  • Perché il Comune, infrangendo le regole della trasparenza della pubblica amministrazione, ha stipulato con il Ministero della Difesa un accordo per la “rigenerazione” delle ex caserme Stamoto e Perotti nel quale è contenuta una clausola di riservatezza che prevede che nessuno debba sapere nulla del progetto? Cosa prevede quel progetto?
  • Perché, con i progetti di trasformazione dei beni dismessi approvati finora, il Comune incrementa l’offerta immobiliare in assenza di un aumento della domanda abitativa? Perché incrementa l’impermeabilizzazione del suolo e la costruzione di strade che provocheranno un ulteriore aumento del traffico veicolare? E perché consente l’abbattimento di aree verdi e adotta una strategia di “compensazioni” del tutto inutile rispetto alla distruzione della qualità ecologica e sociale dell’esistente?
  • Perché il Comune ha lasciato andare in malora parte del suo patrimonio immobiliare, come ad esempio una serie di edifici di valore storico e patrimoniale come Villa Ghigi, villa Puglioli, la scuola Sassoli in via Zanardi, gli edifici rurali di viale Lenin, via Massarenti, via Fantoni e molti altri (e tra questi l’edificio occupato da Banca Rotta)?
  • Perché la Città Metropolitana ha venduto due immobili di grande valore storico e patrimoniale come l’ex Maternità in via D’Azeglio (acquistata da un imprenditore privato che realizza lauti guadagni affittando l’immobile per ospitare una sezione del Tribunale) e l’Ospedale dei Bastardini, anziché destinarli ad uso pubblico?
  • Perché il Comune non si fa carico di curare e rendere disponibile un censimento di tutti gli spazi pubblici (non solo quelli di proprietà comunale) presenti in città?
  • Perché il Comune non promuove accordi con tutti i soggetti che a vario titolo hanno in gestione immobili pubblici (Università, Cassa depositi e prestiti, Agenzia del Demanio, Invimit, Ministero della difesa, Asl, Azienda ospedaliera, Asp, Poste, Inps, Ferrovie dello Stato) per renderli disponibili ad uso pubblico? Perché si limita a sottoscrivere accordi finalizzati esclusivamente a privatizzazione, commercializzazione e speculazione edilizia?

Facciamo queste domande pubblicamente, e ci aspettiamo che il Comune – pubblicamente – risponda.


Prati di Caprara: un Bosco urbano dalla “jungla” dei conflitti

di Comitato Rigenerazione no Speculazione


Da anni pomo della discordia tra chi li considera un bacino di “degrado”, quindi opportunità economica da “riqualificare” a beneficio di investimenti privati, e chi li vive come un polmone per la città, i Prati di Caprara sono un tema centrale per le attuali e future politiche ambientali di Bologna. La lotta dei comitati per la preservazione dell’habitat naturale e della sua destinazione pubblica fa leva su un profondo cambio di paradigma: da “verde percepito”, edificabile, a Bosco urbano innestato alla città.


I Prati di Caprara sono un’area ex militare demaniale complessivamente di circa 44 ettari, che negli ultimi decenni, e in particolare a seguito della dismissione delle caserme, è stata protagonista di un importante processo di naturalizzazione. L’area è distinta in due zone, ovest ed est. Nell’area Est (27 ettari) la sostanziale totalità degli edifici militari sono stati demoliti, e si è sviluppato un bosco urbano spontaneo, mentre nell’area Ovest sono rimasti edifici dell’area militare e una importante area verde, con alberi adulti e zone a prati.

Immaginitratte da: ‘IL BOSCO URBANO DEI PRATI DI CAPRARA servizi eco-sistemici e conflitto socio-ambientale’ di G.Trentanovi, A.Alessandrini, B.Roatti

Il bosco urbano spontaneo dei Prati di Caprara di Bologna come patrimonio ecologico di biodiversità e di sostenibilità

Il bosco dei Prati di Caprara Est è un ecosistema forestale di 27 ettari sito in Bologna, tra via Saffi e il torrente Ravone, nelle adiacenze dell’ospedale Maggiore, in una delle aree di maggiore inquinamento atmosferico di Bologna. Gli studi effettuati evidenziano il contributo che questo ecosistema svolge nell’erogazione di servizi ecosistemici unici e molteplici, di altissimo livello quali-quantitativo, e non compensabili dall’attuazione di progetti che ne prevedano l’eliminazione, anche solo parziale.

Dal punto di vista strettamente naturalistico, la biodiversità dell’area è molto elevata. Sono state infatti osservate:

  • 200 specie di flora (erbacea e arboreo-arbustiva): un numero di specie elevatissimo se confrontato con la biodiversità vegetale delle aree urbane regionali e non. Un buon numero di specie è tipico di ambienti boschivi, ottimo indicatore del grado di evoluzione ecologica dell’area in decenni di libera evoluzione;
  • 61 specie di uccelli, molti dei quali (es. rapaci notturni, l’usignolo, il pettirosso, ecc..) non presenti nelle aree verdi urbane convenzionali e di interesse conservazionistico (anche di interesse comunitario, quale il falco pellegrino che è spesso in volo sull’area per ragioni trofiche);
  • 40 farfalle: sono stati monitorati solo i lepidotteri diurni, senza monitorare i notturni che solitamente in rapporto ai diurni sono circa 10 volte di più;
  • 7 specie di erpetofauna: alcune recenti segnalazioni in aree contermini e collegate funzionalmente ai Prati di Caprara rendono molto probabile la presenza del tritone crestato italiano, Triturus carnifex, specie di interesse comunitario;
  • almeno 60 specie di funghi: numerosità di specie elevatissima anche paragonandola agli estesi ambienti collinari di Bologna e con diverse entità non comuni.

Per quanto riguarda i servizi di regolazione della qualità dell’aria e l’attenuazione dei fenomeni legati ai cambiamenti climatici, sono ca. 720 i Kg di NO2 assorbiti all’anno e la vegetazione è in grado di catturare e metabolizzare da 900 a 1800 Kg di polveri sottili (PM2.5 e PM10); sono tra le 90 e le 260 le tonnellate di CO2 assorbite all’ anno per un pool di almeno 3500 tonnellate di carbonio stoccate. Le temperature superficiali durante i periodi più caldi sono di quasi 10 gradi inferiori rispetto all’ adiacente area dello scalo ferroviario e almeno 4-5 gradi inferiori rispetto alla terza cinta muraria.

foto: Gianluca Rizzello

Le previsioni urbanistiche sul bosco e la mobilitazione dei cittadini: un conflitto socio-ambientale

Nel Piano Urbanistico Generale (2020) il bosco dei Prati di Caprara è stato riconosciuto come elemento importante delle infrastrutture verdi e blu del territorio di Bologna, ma è stato individuato anche come sito dove eventualmente realizzare edilizia sociale e in affitto. Il PSC (Piano Strutturale Comunale) del 2009 individuava l’area come “ambito di sostituzione”, suscettibile di interventi edilizi con un mix di destinazioni d’uso dal residenziale, al terziario, al commerciale. Questa destinazione fu confermata dalle scelte del POC (Piano Operativo Comunale) del 2016 “Rigenerazione dei patrimoni pubblici”, che prevedeva per l’area oltre 1.000 alloggi e creava le condizioni perché nei vicini prati Ovest si potesse realizzare una grande struttura commerciale, previsione poi decaduta. Il sistema degli interventi nel quadrante dei Prati (che prevede anche un Prati Nord) era legato a doppio filo con quelli previsti nelle aree ferroviarie in via di dismissione (area Ravone), che se realizzati porterebbero alla costruzione di un vero e proprio nuovo quartiere nella città di Bologna.

Il recente PianoTerritoriale Metropolitano (2021), riconosce la destinazione ad area boscata di larga parte della zona (19,6 ettari su 27 circa), inserendola nell’Ecosistema boscato. In realtà questo riconoscimento dell’esistenza del bosco, era già presente nel progetto di rete ecologica allegato al PSC del 2009.

In conclusione, sull’area dei Prati di Caprara, pur a fronte di un crescente riconoscimento dell’esistenza di un bosco urbano con un elevato valore ecologico, continuano ad esistere quindi previsioni contraddittorie e rischi concreti di una sua edificazione.

Nel 2017 è nato un comitato di cittadin*, Rigenerazione no Speculazione, che si è opposto ai progetti di rigenerazione che avrebbero portato alla distruzione del bosco, secondo quanto previsto dal POC 2016 di “Rigenerazione dei patrimoni pubblici”, nell’ambito di una intesa quadro tra Comune di Bologna e Demanio. Il comitato ha sviluppato azioni di sensibilizzazione della cittadinanza e, attraverso mobilitazioni di protesta e promozione di studi e ricerche sul valore ecologico del bosco, sta lottando per una revisione radicale delle previsioni urbanistiche sull’area, attualmente affidata ad una società controllata dal Ministero Economia e Finanze, Invimit Sgr, per la sua valorizzazione sul mercato.

foto: Gianluca Rizzello

Le varie attività di informazione, divulgazione scientifica e disobbedienza civile promosse dal Comitato RNS hanno incrementato la sensibilità pubblica sul tema della preservazione del bosco e connessa strategicità ambientale-climatica e sociale, ottenendo il sostegno nella mobilitazione da parte di diversi gruppi, associazioni, altri comitati e movimenti sociali e ambientalisti. Il Bosco dei Prati di Caprara è divenuto così il bosco della discordia, come titolato da un noto quotidiano locale, o meglio un’area contesa tra visioni, politiche, sensibilità e logiche contrapposte, se non conflittuali.

In particolare, il Comitato ha promosso un processo partecipativo autogestito con un gruppo di cittadin* (ParteciPrati, 2017-18); un’istruttoria pubblica in Consiglio Comunale per la revisione delle previsioni urbanistiche sull’area (2018) che ha portato a un odg della maggioranza che accoglieva in parte le richieste del comitato, e un Dossier tecnico scientifico sui valori ecologici, naturalistici e sociali del bosco urbano dei Prati, che è stato trasmesso a tutte le istituzioni interessate (2020).

Contemporaneamente il Comitato RNS si è attivato nella promozione di una petizione cittadina – ‘Cambiare il POC si può’- con la principale richiesta di un Piano Operativo Comunale alternativo a quello del 2016 che ha raggiunto oltre diecimila firme cartacee; inoltre nell’ottobre 2018 una folla di circa 2.500 persone ha risposto all’invito ‘Abbracciamo il bosco’ distribuendosi lungo il perimetro dell’area in un abbraccio simbolico e protettivo; cinque mesi dopo,il 16 marzo 2019, al grido ‘Il bosco che cammina, il potere trema’, diverse migliaia di cittadin* vestit* da alberi hanno intrapreso una marcia festosa che ha attraversato la città fino a Piazza Maggiore, sotto alle finestre del Comune, testimoni di un bosco che lotta e si ribella alle speculazioni edilizie. Diverse passeggiate naturalistiche e didattiche, pic-nic, giornate di pulizia dai rifiuti, concerti, escursioni in bicicletta, semine per la ricorrente ‘Festa degli alberi’, organizzate regolarmente dal Comitato in questi anni, hanno dimostrato che il bosco è di fatto già fruibile, consentendo alla città di cominciare ad appropriarsene.

Il bosco dei Prati di Caprara è stato riconosciuto come “luogo del cuore” all’interno del 9º censimento della campagna del Fondo per l’Ambiente Italiano, grazie a una campagna promossa dagli stessi cittadini (17.727 voti, 19º posto nella classifica nazionale 2018, a fronte del dichiarato boicottaggio delle istituzioni cittadine, che avevano candidato l’originario edificio liberty delle Terme di Porretta come elemento di distrazione).

Il progetto di sistemazione dei sentieri e di valorizzazione naturalistica e didattica dell’area ha ricevuto il premio “menzione speciale” nel concorso Antartide 2019 “Bologna città civile e bella” promosso dal Comune di Bologna, Hera e Resto del Carlino.

foto: Gianluca Rizzello

Migliaia di cittadini sono attualmente attivi per preservare il bosco urbano spontaneo, che rappresenta anche un luogo identitario in quanto sede dal 1700 ad oggi di numerose vicende di rilevanza storico-paesaggistico (dinamiche interattive con i flussi del torrente Ravone e della canaletta Ghisiliera) e culturale (dalle tournee di Buffalo Bill alle partite a calcio di Pasolini). Per raccogliere queste tracce in una storia completa del sito il comitato ha creato e cura la pagina dedicata su Wikipedia, in italiano e in lingua inglese (https://it.wikipedia.org/wiki/Prati_di_Caprara). Nell’estate 2020 il comitato ha mappato la rete di sentieri interni al bosco urbano, dove realizza periodicamente passeggiate pubbliche con i cittadini per mostrare la bellezza paesaggistica e il valore ecologico del bosco, qui la mappa dei sentieri e la loro denominazione ispirata al valore storico e naturalistico del sito https://rigenerazionenospeculazione.wordpress.com/2020/06/21/inaugurazione-dei-sentieri-nel-bosco-dei-prati-di-caprara/

Per maggiori approfondimenti si rimanda al testo/dossier sul bosco dei Prati, ‘IL BOSCO URBANO DEI PRATI DI CAPRARA servizi eco-sistemici e conflitto socio-ambientale’ di G.Trentanovi, A.Alessandrini, B.Roatti, da cui sono tratte anche le informazioni e le immagini di questo articolo.

https://rigenerazionenospeculazione.wordpress.com/
https://www.facebook.com/Rigenerazionenospeculazione


Rendita, riconversione e rigenerazione urbana

di Paola Bonora, geografa


Il testo che segue è stato scritto alla vigilia dell’approvazione della nuova legge urbanistica dell’Emilia Romagna, che nel 2017 segnò una svolta nella politica di pianificazione. Dietro la parola d’ordine “consumo di suolo zero” si nasconde infatti un complesso di norme che aprono la strada all’aggressione del territorio e ad una declinazione neoliberista del concetto di “rigenerazione”.
È utile rileggerlo oggi – mentre iniziano a piovere i fondi del PNRR sui progetti di “rigenerazione” – perché mostra con chiarezza gli effetti della distorsione del linguaggio e degli strumenti dell’urbanistica ad opera di un ceto politico che ha abdicato al proprio ruolo di governo dei processi sociali.
Ringraziamo Paola Bonora per avere concesso la riproduzione dell’articolo, originariamente pubblicato in Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna, a cura di Ilaria Agostini (Pendragon 2017).


La situazione è stravagante. Tutti, costruttori in prima fila, si dichiarano concordi sulla necessità di limitare il consumo di suolo. Quando però si discute su come raggiungere questo traguardo le opinioni divergono a tal punto che i dubbi sui reali convincimenti diventano davvero forti. La proposta di legge urbanistica della regione Emilia-Romagna, che pure lo dichiara presupposto di fondo assieme alla rigenerazione, introduce una tale congerie di esclusioni, deroghe, eccezioni da rendere vano l’aver fissato la soglia massima del 3%. Il nocciolo del problema sta allora non tanto nel soppesare le retoriche adottate e stabilire chi mente di più in questo Monopoli dalle condizioni mutate, ma capire quale sia il contesto entro cui le nuove regole si troveranno ad agire e quali i ruoli e gli obiettivi dei giocatori. Che gli immobiliaristi vogliano far ripartire al più presto la partita è connaturato al loro negozio. Meno che l’istituzione si faccia paladina di questa parte in maniera privilegiata, ne promuova acriticamente gli investimenti e sottostimi gli interessi pubblici che stanno alla radice della sua rappresentanza. Interessi che, sotto il versante economico, potrebbero essere almeno in parte compensati da un maggiore equilibrio fiscale tra i soggetti in campo, che preveda anche oneri e non solamente premi e incentivi. Ovvero una più giusta ripartizione delle plusvalenze generate dalle trasformazioni urbane tra privati investitori e città pubblica.

Un paradigma di equa distribuzione delle risorse e dei loro potenziali che presuppone però si mantenga istituzionale la prerogativa della decisione e della pianificazione. Facoltà e compiti che sostanziano la potestà di governo, la quale non può discendere dalle volontà private di investimento, o comunque non solo e non prioritariamente da quelle, come vuole invece la proposta di legge. E si ponga anzi l’obiettivo di contenere le ingordigie del mercato che se lasciato libero di agire produce crisi devastanti come quella che stiamo patendo.

Peccato che di questi principi nella legge non si colga traccia ed anzi i comuni vengano esautorati di ogni potere e sia concesso loro come unico strumento la negoziazione, promossa a sede delle scelte urbanistiche su iniziativa unilaterale degli investitori. Con esiti che, nonostante i benauguranti auspici di «valorizzazione della capacità negoziale» espressi fin dal primo articolo nella consapevolezza della totale assenza di queste abilità, temibilmente metteranno in evidenza la debolezza degli enti minori nei confronti degli apparati – organizzativi, tecnici, di voice – dei poteri economici con cui dovranno confrontarsi. Una battaglia decisamente impari, temo, come le previsioni urbanistiche pregresse sono lì a mostrare. Mai ridimensionate e oggi chine agli step di partenza per scattare non appena la legge sarà approvata e fruire della liberatoria dei primi anni; già diventati cinque e vediamo quanti diventeranno prima che si applichi il famoso 3%.

L’altro enunciato su cui la proposta si basa, la rigenerazione, è un lemma che nel linguaggio politico-urbanistico odierno è talmente abusato da aver perso significato preciso, diventato il contenitore di tutto come del suo contrario. Anch’esso tuttavia, proprio nella sua insistente ricorsività, svela un progetto. I costruttori sono da tempo consapevoli della necessità di cambiare campo di investimento, che quello vecchio dell’espansione nelle aree agricole ha esaurito il proprio ciclo e, fattisi accesi sostenitori del riuso, chiedono di rientrare nei nuclei storici, in aree degradate ma strategiche da demolire, ricostruire, densificare. Operazioni che chiedono all’istituzione di sostenere sottolineando l’onerosità della prima parte del processo – acquisizione e bonifica – mentre dimenticano di segnalare le fruttuose implicazioni della seconda, ossia la forte rivalutazione che scaturisce da interventi di riqualificazione e intensificazione della rendita di aree centrali e semicentrali.

La «rigenerazione» rappresenta insomma il core business degli anni futuri. Una riorganizzazione del processo di produzione dello spazio (per dirla con il buon vecchio Henry Lefebvre) destinata ad incidere sul piano sociale e territoriale, che implica l’accorciamento del ciclo edilizio.

Il bene durevole per eccellenza, che non a caso definiamo e distinguiamo come immobile, entra nel gioco dello spreco consumistico e diventa labile, deperibile, riproducibile. Una sorte che è già capitata ai valori immobiliari, un tempo garanzia di investimento sicuro, che invece hanno mostrato la stessa volatilità dei prodotti finanziari di cui erano stampella. Nel passaggio dalla materialità del moderno alla precarietà del suo post, una serie di certezze sono cadute, ora sta crollando anche quello della durevolezza dei manufatti.

Un cambiamento che sottende il rientro dalla rendita marginale, avvantaggiata nei decenni della fuga dalla città e dello sprawl, a quella posizionale di rivalutazione della centralità allocativa. Una riconfigurazione dalle conseguenze importanti sia sotto il profilo territoriale che economico e sociale, da cui potranno derivare intense modifiche degli assetti attuali. Un processo che la legge emiliana decide di affidare ai privati e alle loro volontà di investimento, anziché mantenere istituzionali le redini delle scelte locali e trarre risorse per la città pubblica.

Sullo scacchiere immobiliare si gioca insomma il destino delle città nei prossimi anni, coinvolte in un intenso processo di “riconversione” (introduco volutamente questo termine di natura industriale che mi sembra più schietto) di abbattimento, ricostruzione e densificazione – senza rispetto, come indica la legge, per distanze, altezze, dotazioni; vecchi orpelli di un’urbanistica garantista demodé. Che cambierà la fisionomia e le modalità d’uso di aree centrali, o potenzialmente tali, ora degradate o anche solo sdrucite e abitate da soggetti sociali non consoni all’estetica cool stilema dell’attrattività. Ci si dovrà intendere sul concetto di degrado, se non vogliamo trovarci i picconatori sotto casa. Torna insomma il piccone risanatore, nelle vesti gioiose e politicamente illuminate della rigenerazione.

Che alcune aree, quelle dell’urbanizzazione frettolosa e caotica dell’immediato dopoguerra, meritino riconversione è innegabile. Si aprirà in ogni modo il problema degli abitanti, spesso anziani, stranieri, ceti disagiati. Una questione che vedrà necessariamente coinvolte le periferie ai margini dell’urbanizzato, nel fatidico 3% di suolo consumabile (ma in realtà credo prevalentemente in forma di edilizia convenzionata «di pubblica utilità» e dunque esclusa dal computo), in cui dovranno sorgere nuovi edifici costruiti all’uopo con contributo esentivo e premiale pubblico, per ospitare le popolazioni espulse dalle zone gentrificate, diventate troppo onerose.

La dinamica è lineare: riconverto zone centrali demolendo, ricostruendo, densificando, in più costruisco in periferia su terreni vergini sotto l’ombrello dell’interesse pubblico, accorcio in questo modo il ciclo di vita dei manufatti e introduco l’idea della loro precarietà così mi garantisco un mercato imperituro. Un dispositivo perfetto.

Peccato sia proprio l’Emilia a farsi protagonista di un nuovo ciclo edilizio a decisa impronta neoliberista, di cui la legge in via di approvazione è il manifesto esplicativo. Che nel linguaggio ambiguo e bifronte caro alla postmodernità, sistema i tasselli disordinati di pratiche già in nuce e confeziona il quadro normativo che le legittima. Offrendo ai grandi costruttori gli strumenti per interventi di gentrification di ampia scala, non solo su edifici ma su interi comparti urbani.


Clicca qui per il testo integrale della LEGGE REGIONALE 21 DICEMBRE 2017, N.24

fotografie: Gianluca Rizzello

I piani nascosti del Comune di Bologna su vaste aree pubbliche

Le ex-aree militari sono una risorsa per il futuro dell’habitat urbano, la cui gestione manca di trasparenza e partecipazione.

di D(i)ritti alla Città


La data è simbolica: 17 gennaio 2020. Quel giorno, nel tardo pomeriggio, in Piazza Maggiore si contrapposero due visioni opposte della città. Nella piazza c’erano centinaia di persone riunite dopo lo sgombero dell’ex caserma Sani che aveva avuto luogo il giorno prima. L’occupazione era durata due mesi ed era nata dopo un altro sgombero, quello di XM24, avvenuto nell’agosto 2019 su iniziativa del Comune di Bologna che aveva deciso di porre fine a un’esperienza di autogestione per la quale aveva concesso spazi di sua proprietà nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo.

Contemporaneamente, all’interno di Palazzo d’Accursio, il Sindaco di Bologna e il Ministro della difesa siglavano un accordo per la “rigenerazione” di due grandi ex caserme in disuso, Stamoto e Perotti, che si estendono per circa 200.000 metri quadri tra via Massarenti e il quartiere Fossolo.

Da un lato chi manifestava perché gli spazi pubblici venissero messi a disposizione delle cittadine e dei cittadini, dall’altro chi si occupava della loro privatizzazione.

L’accordo, infatti, è incentrato sulla “valorizzazione” delle aree intesa esclusivamente come strumento di “ritorno economico”. È la stessa “valorizzazione” che è stata applicata ad altre tre ex caserme (Sani, Mazzoni e Masini), che si concretizzerà in palazzi, supermercati, uffici, parcheggi, alberghi, come previsto dall’accordo siglato con Cassa depositi e prestiti.

Il copione è sempre lo stesso: beni pubblici in disuso vengono privatizzati anziché essere destinati a funzioni pubbliche, edifici storici lasciati all’abbandono vengono demoliti e ampi spazi verdi sono destinati ad essere rasi al suolo.

Ci sono altri due aspetti dell’accordo su cui è importante soffermarsi. Il primo è che il Consiglio comunale è stato di fatto esautorato. Infatti l’oggetto principale del testo è l’adozione di variazioni degli strumenti di programmazione e pianificazione urbanistica. Ma i piani territoriali ed urbanistici e le eventuali deroghe sono di esclusiva competenza del Consiglio comunale, che dell’accordo è rimasto all’oscuro.

Ma all’oscuro rimangono tutte le cittadine e i cittadini: infatti l’accordo contiene una clausola di riservatezza che vieta alle parti di divulgare “le informazioni […] acquisite nel corso dell’espletamento delle attività” e il contenuto della “loro collaborazione ai sensi del Protocollo”. In pratica l’accordo, pubblico nella forma, è segreto nella sostanza.

Chi fa parte del tavolo tecnico previsto dal protocollo? Quante volte si è riunito e qual è stato il contenuto degli incontri? A che punto è il progetto di “valorizzazione”? Cosa prevede? Quali sono i tempi di attuazione? Quali variazioni degli strumenti di pianificazione urbanistica sono stati ipotizzati?

Queste domande sono destinate a rimanere senza risposta fino a quando sarà troppo tardi per intervenire. L’accordo svela la falsità dei discorsi sulla “trasparenza” della pubblica amministrazione e sulla “partecipazione”, tanto sbandierata dal Comune di Bologna. Nella realtà, la città deve essere tenuta all’oscuro fino a quando i giochi non saranno fatti. A quel punto il Consiglio comunale sarà chiamato semplicemente a ratificare scelte compiute altrove, e le cittadine e cittadini assisteranno impotenti all’ennesima sottrazione di spazi pubblici e a nuove colate di cemento.

Questo è il discorso dominante sulla gestione del territorio che D(i)ritti alla città vuole rimettere in discussione.

 

foto 1 e 3: Gianluca Rizzello

Come privatizzare le aree pubbliche dismesse fingendo di “rigenerarle”*

di Mauro Boarelli /


Il tema delle aree pubbliche dismesse e della loro “rigenerazione” è di grande rilevanza in tutto il paese. A Bologna, alla vigilia delle elezioni locali, l’amministrazione comunale guidata dal Pd ha approvato in tutta fretta e senza alcun dibattito pubblico un accordo con Cassa depositi e prestiti Immobiliare relativo a tre ex caserme che avrà un impatto enorme, sia per la ricaduta immediata sulle zone interessate sia perché questa impostazione farà da apripista ad ulteriori interventi in programma nel prossimo futuro su altre aree attualmente in disuso.

Una breve descrizione può rendere l’idea della filosofia e delle implicazioni del nuovo progetto urbanistico e suggerire alcune riflessioni di carattere generale, valide anche al di fuori dell’ambito locale.

L’ex caserma Sani, situata tra la zona fieristica e il quartiere popolare della Bolognina, occupa un’area di 10,5 ettari, definitivamente dismessa alla fine degli anni ‘90 e dichiarata di interesse storico e artistico in base al Codice dei beni culturali. Nel piano regolatore del 1989 era stata destinata a parco pubblico, a compensazione dei pesanti insediamenti di abitazioni ed uffici previsti nella zona. Ma con il passare degli anni gli strumenti urbanistici decadono, le opere destinate alla collettività rimaste sulla carta vengono definitivamente dimenticate e le loro ragioni rovesciate, al punto che oggi si prevede di costruire in quel luogo abitazioni, edifici direzionali, commerciali e ricettivi perché tali usi – si legge nell’accordo – sono “destinati ad intercettare differenti tipi di domanda e [sono] tali da incidere favorevolmente sulla composizione sociale del contesto”. Quale sia questa incidenza favorevole non è dato sapere. Di sicuro il parco già esistente verrà quasi completamente distrutto. Infatti, verranno abbattuti 371 alberi sani, di cui 195 tutelati ed altri 47 classificati come “di grande rilevanza”.

Per quanto riguarda le abitazioni, si estenderanno tra 19.760 mq e 24.820 mq. All’edilizia residenziale sociale verrà riservata una quota modesta, pari al 20% (la stessa relazione descrittiva del progetto ricorda che il Piano urbanistico generale del Comune di Bologna prevede una quota del 30%, ma afferma candidamente che tali indicazioni “non possono essere pienamente soddisfatte per non compromettere l’equilibrio finanziario dell’operazione di rigenerazione”). A questo si aggiungono gli usi direzionali, turistico-ricettivi e commerciali che, in uno degli scenari prospettati, potranno estendersi fino a circa 13.000 mq.

Tre edifici storici verranno ceduti al Comune, per una superficie complessiva di 3.021 mq (un’inezia rispetto agli edifici privati). Per i due edifici più grandi, il Comune dichiara nei documenti ufficiali di non avere ancora alcuna idea sulla loro destinazione, e questo la dice lunga sulla priorità riservata alla progettazione di funzioni pubbliche. Ha invece le idee chiarissime sul terzo edificio, che verrà adibito a “Centro civico”: qualsiasi cosa significhi questa denominazione generica, è difficile immaginarla racchiusa in soli 68 mq.

Per un breve periodo la vicenda della caserma si è intrecciata con quella dell’XM24, spazio autogestito presso l’ex mercato ortofrutticolo nel quartiere Bolognina, di proprietà comunale. Improvvisamente il Comune decide che la convenzione deve essere revocata e nell’agosto 2019 – dopo 17 anni di attività – fa sgomberare i locali dalla polizia, guadagnandosi il plauso del Ministro dell’interno Salvini. L’accordo siglato in Prefettura che impegnava il Comune a individuare nuovi spazi entro il 15 novembre rimane lettera morta, e nel giorno della sua scadenza gli attivisti occupano l’ex caserma Sani e la aprono alla città. L’esperienza durerà solo due mesi, interrotta da un nuovo sgombero. In quel periodo era stato avviato un interessante percorso di elaborazione collettiva intorno all’uso degli spazi pubblici che aveva coinvolto numerose persone e realtà associative estremamente eterogenee, proseguito fino all’interruzione causata dalla pandemia.

L’ex caserma Mazzoni, dismessa nel 2005, si estende per circa 46.000 mq nella periferia sud-orientale della città. Gli edifici storici verranno quasi completamente abbattuti. Verranno costruite abitazioni private per una superficie complessiva di 21.000 mq (anche in questo caso la quota di edilizia residenziale sociale è indicata al 20%), parcheggi ed esercizi commerciali. L’accordo sostiene che il progetto “si pone l’obiettivo principale di restituire ai cittadini un’importante porzione del territorio”. È difficile rintracciare la sostanza di questa “restituzione”, dal momento che non sono previste funzioni pubbliche ad eccezione di un parco, spuntato all’ultimo momento per placare le proteste dei cittadini e per il quale – trattandosi di nuove alberature – bisognerà aspettare parecchio. Nel frattempo verranno abbattuti 144 alberi sani, di cui 36 tutelati.

Infine la caserma Masini, complesso di edifici vincolati per il valore storico-artistico che occupano circa 7.500 mq nel centro storico. Lo spazio è stato occupato nel 2012 dal collettivo Làbas, e per cinque anni è diventato un punto di riferimento e socialità per il quartiere, anche per la presenza di uno dei mercati contadini di “Campi aperti”. Dopo lo sgombero, nell’agosto 2017, è rimasto di nuovo abbandonato. Non esiste un progetto definitivo, ma se verrà ripreso quanto già previsto nel precedente Piano operativo (nel frattempo decaduto) verranno costruite abitazioni private e un albergo (circa 9.000 mq) e – forse – un parcheggio interrato.

Non si tratta delle uniche aree militari che daranno luogo nei prossimi anni a profonde trasformazioni urbanistiche. Nel gennaio 2020, infatti, il Comune di Bologna ha siglato un protocollo con il Ministero della Difesa a proposito di altre due grandi ex caserme, Perotti e Stamoto. Il protocollo prevede una clausola di riservatezza che impegna le parti a trattare le informazioni relative a questi luoghi come “strettamente riservate” e a non rivelare a nessuno i contenuti della loro collaborazione. In pratica, nonostante la retorica sulla trasparenza della pubblica amministrazione, si sta lavorando in gran segreto ad un’operazione di enorme portata e nulla lascia presagire che il copione sarà diverso rispetto a quello recitato in questi giorni, quando i consiglieri comunali hanno ricevuto con scarso preavviso una mole enorme di documenti senza avere la possibilità di esaminarli e discuterli in modo approfondito e i membri della maggioranza hanno approvato disciplinatamente e senza fiatare.

Nessuno sembra essere sfiorato da una idea tanto semplice quanto politicamente dirompente: le aree militari dismesse sono di proprietà pubblica, cessate le funzioni originarie devono rimanere pubbliche ed essere destinate nella loro interezza a funzioni pubbliche, salvaguardando gli edifici storici e incrementando il verde già esistente. Se la funzione prevalente cambia, quelle aree vengono di fatto privatizzate, e nessun parco o giardino residuale, nessun “centro civico” improvvisato può compensare la perdita secca che la città subisce in termini di spazi pubblici, verde, memoria storica, possibilità di creare luoghi autogestiti.

Gli amministratori pubblici danno invece per scontato che il recupero di queste aree dismesse passi obbligatoriamente attraverso vaste operazioni immobiliari. Questo schema è dettato come l’unica strada possibile, ed è organizzato intorno ad una parola magica, valorizzazione, utilizzata impropriamente nel senso esclusivo di attribuire ai beni un valore economico e ricavarne un guadagno (la cui fetta più grande – però – non andrà ai soggetti pubblici, ma agli investitori privati). Viene esclusa in tal modo la possibilità di valorizzare la ricaduta sociale che potrebbe avere un’operazione di recupero orientata ai bisogni della collettività.

Questa riduzione alla pura e semplice monetizzazione di un concetto che dovrebbe avere connotazioni ben più ampie si accompagna al meccanismo perverso del contributo premiale che gli enti locali, in base ad una legge del 2001, ricevono per ogni bene oggetto di valorizzazione. I Comuni sono quindi spinti a concludere accordi per rimpinguare le proprie casse. Il risultato, comunque, è modesto. Nel caso della Caserma Mazzoni, ad esempio, il Comune riceverà 332.741 euro, ben poco rispetto alla posta in gioco.

Ci sono altri beni pubblici per i quali, invece, il Comune è disposto a spendere, e anche parecchio. È il caso dello stadio, per la cui ristrutturazione – progettata e realizzata da un soggetto privato, il Bologna F.C. spa – il Comune parteciperà con una quota di 40 milioni di euro. Un impegno estremamente rilevante, del tutto inedito rispetto al totale disinvestimento verso molti beni pregiati di proprietà comunale, tra cui ville storiche ed edifici rurali inutilizzati da decenni e abbandonati al degrado.

Rispetto ai beni pubblici vengono quindi adoperati pesi e misure diversi a seconda dei soggetti e degli interessi in campo: a volte il Comune agisce come generoso finanziatore, alte volte come semplice agente di riscossione. Ma ciò che unisce questi comportamenti apparentemente contraddittori è la subordinazione degli interessi pubblici a quelli privati, l’abbandono di qualsiasi prospettiva di programmazione urbanistica in favore di un disordinato affastellarsi di nuovi quartieri residenziali, la sostituzione dei processi partecipativi con percorsi addomesticati dall’esito già scritto che sottraggono potere ai cittadini fingendo di attribuirne. Si tratta, in sostanza, dell’abdicazione al proprio ruolo politico.

* Questo articolo è stato originariamente pubblicato su NapoliMonitor, che ringraziamo per averne autorizzato la riproduzione