DOMANDE SUGLI SPAZI PUBBLICI CHE ATTENDONO RISPOSTA

di D(i)ritti alla Città
12 aprile 2022


Domenica scorsa il Sindaco ha parlato attraverso gli organi di informazione locale a proposito dello sgombero di Banca Rotta. Ha usato toni di completa chiusura verso qualsiasi forma di gestione degli spazi pubblici che non rientrino nei rigidi schemi previsti dal Comune. Nulla è tollerato se non coincide con la personale visione del Sindaco, il quale – anziché valorizzare le differenze (come il suo ruolo gli imporrebbe) – pretende di ridurle ad omogeneità. Il Comune è più interessato a costruire una retorica che manipola i concetti di partecipazione e rigenerazione urbana.

Noi siamo solidali con Banca Rotta e condanniamo l’ennesimo sgombero. Vogliamo aprire una discussione sui beni comuni che il Sindaco vuole invece chiudere definitivamente. Nell’intervista ha detto che il Comune “ha fatto un percorso importante sugli spazi”. Noi non ce ne siamo accorti: in città si contano moltissimi spazi pubblici abbandonati, probabilmente almeno 180 (non è possibile un calcolo preciso, perché – a dispetto della trasparenza della pubblica amministrazione – non esiste un censimento completo).
L’amministrazione comunale ha il dovere rispondere ad alcune domande che interessano tutte e tutti coloro che vivono e attraversano questa città:

  • Perché il Sindaco si trincera dietro la procedura formale dei bandi quando anche la normativa si è evoluta in senso differente, come attestato da alcune disposizioni contenute nel Codice del Terzo settore e nel Codice dei contratti?
  • Perché il Comune di Bologna non ha finora attuato alcuna iniziativa per il riconoscimento degli usi collettivi ispirati agli usi civici, che rappresentano la forma più idonea per una gestione mutualistica degli spazi pubblici da parte di gruppi informali di cittadine e cittadini? Perché rifiuta di seguire la strada imboccata da altri Comuni (come ad esempio Padova, Torino, Bari e Napoli)?
  • Perché nell’adozione di progetti di “rigenerazione” degli immobili di proprietà pubblica non sono stati previsti percorsi di partecipazione nei quali le cittadine e i cittadini potessero realmente prendere parte al processo decisionale? Perché le rare forme di consultazione sono state ridotte alla sola possibilità di suggerire marginali correzioni a scelte già prese?
  • Perché la destinazione delle aree ferroviarie dismesse, per la cui rigenerazione sono previsti ingenti finanziamenti nell’ambito del PNRR, è stata decisa senza alcun dibattito pubblico? Perché per quelle aree un ente pubblico (il Comune) decide di utilizzare denaro pubblico (fondi PNRR) per acquistare beni pubblici senza garantire la loro gestione pubblica?
  • Perché l’ex caserma Sani – dove in passato il Comune aveva previsto la realizzazione di un grande parco pubblico – verrà quasi completamente trasformata in abitazioni private? Perché gli alberi saranno quasi completamente abbattuti? Perché anche l’ex caserma Mazzoni seguirà la stessa sorte (salvo la realizzazione compensativa di un piccolo parco) e l’ex caserma Masini verrà trasformata in abitazioni, albergo e parcheggio?
  • Perché il Comune, infrangendo le regole della trasparenza della pubblica amministrazione, ha stipulato con il Ministero della Difesa un accordo per la “rigenerazione” delle ex caserme Stamoto e Perotti nel quale è contenuta una clausola di riservatezza che prevede che nessuno debba sapere nulla del progetto? Cosa prevede quel progetto?
  • Perché, con i progetti di trasformazione dei beni dismessi approvati finora, il Comune incrementa l’offerta immobiliare in assenza di un aumento della domanda abitativa? Perché incrementa l’impermeabilizzazione del suolo e la costruzione di strade che provocheranno un ulteriore aumento del traffico veicolare? E perché consente l’abbattimento di aree verdi e adotta una strategia di “compensazioni” del tutto inutile rispetto alla distruzione della qualità ecologica e sociale dell’esistente?
  • Perché il Comune ha lasciato andare in malora parte del suo patrimonio immobiliare, come ad esempio una serie di edifici di valore storico e patrimoniale come Villa Ghigi, villa Puglioli, la scuola Sassoli in via Zanardi, gli edifici rurali di viale Lenin, via Massarenti, via Fantoni e molti altri (e tra questi l’edificio occupato da Banca Rotta)?
  • Perché la Città Metropolitana ha venduto due immobili di grande valore storico e patrimoniale come l’ex Maternità in via D’Azeglio (acquistata da un imprenditore privato che realizza lauti guadagni affittando l’immobile per ospitare una sezione del Tribunale) e l’Ospedale dei Bastardini, anziché destinarli ad uso pubblico?
  • Perché il Comune non si fa carico di curare e rendere disponibile un censimento di tutti gli spazi pubblici (non solo quelli di proprietà comunale) presenti in città?
  • Perché il Comune non promuove accordi con tutti i soggetti che a vario titolo hanno in gestione immobili pubblici (Università, Cassa depositi e prestiti, Agenzia del Demanio, Invimit, Ministero della difesa, Asl, Azienda ospedaliera, Asp, Poste, Inps, Ferrovie dello Stato) per renderli disponibili ad uso pubblico? Perché si limita a sottoscrivere accordi finalizzati esclusivamente a privatizzazione, commercializzazione e speculazione edilizia?

Facciamo queste domande pubblicamente, e ci aspettiamo che il Comune – pubblicamente – risponda.


L’illusionismo dell’innovazione (urbana): l’esperienza del Laboratorio Spazi

di Comitato per la Promozione e la Tutela delle Esperienze Sociali Autogestite


L’articolo che segue riporta una riflessione scritta a più mani a inizio 2019 da alcune persone parte dell’ex Comitato per la Promozione e la Tutela delle Esperienze Sociali Autogestite (ESA)*. L’articolo fa riferimento ad alcune questioni critiche emerse durante la partecipazione come Comitato ESA al Laboratorio Spazi, laboratorio coordinato nel 2018 dalla Fondazione Innovazione Urbana con la finalità di “ridisegnare le politiche e gli strumenti di gestione e affidamento di immobili di proprietà comunale”.
Ci sembra sensato che queste riflessioni, che non hanno avuto allora una forma pubblica, trovino ora a distanza di qualche anno uno spazio di pubblicazione (con un’integrazione finale) attraverso D(i)ritti alla città, con lo scopo di contribuire alla memoria collettiva cittadina dal basso e oltre alla retorica istituzionale.
Sono molti i punti di continuità tra le questioni sollevate in quel momento e i principi espressi nel Manifesto per gli spazi pubblici dismessi. Anche se le realtà cambiano e si trasformano, continuiamo a portare avanti le stesse battaglie per l’accessibilità e l’autogestione degli spazi pubblici!

* Il Comitato ESA è nato nel 2014 con lo scopo di promuovere e tutelare le Esperienze sociali autogestite già esistenti nel territorio di Bologna, nonché di favorire la nascita e la moltiplicazione di nuove esperienze che assumano l’autogestione e l’orizzontalità decisionale quali propri principi guida. Si è sciolto nel 2019. https://comitatoautogestione.noblogs.org/


Per una nuova politica degli spazi in città” (PNPS) è il documento conclusivo del Laboratorio Spazi, laboratorio “partecipato” proposto dall’amministrazione cittadina e facilitato dalla Fondazione per l’Innovazione Urbana (FIU), ex Urban Center. Tale documento ha lo scopo di fornire delle linee guida all’amministrazione per la costituzione di un nuovo regolamento per l’assegnazione degli spazi immobili comunali. Come Comitato ESA abbiamo partecipato ai cinque incontri del laboratorio (che si sono svolti tra giugno e novembre 2018), ai quali erano presenti realtà cittadine tra loro molto eterogenee (centri sociali anziani, associazioni, cooperative, imprese culturali, gruppi informali, spazi sociali).

Partecipazione o solo ascolto?

Il processo fin dall’inizio è stato criticato dai partecipanti in quanto, differentemente da ciò che era stato preannunciato dalla FIU, non è stato possibile definire collettivamente le caratteristiche del processo stesso (numero di incontri, scelta delle date, tempi e orari, contenuti).

La facilitazione, molto strutturata, ha lasciato poco spazio di confronto tra le realtà, e si è spesso tradotta in un botta e risposta tra facilitatore/rice e singolo/a partecipante. In questo senso ci sembra di poter definire il Laboratorio Spazi più come un momento di raccolta e rielaborazione delle varie istanze piuttosto che come un processo realmente partecipativo.

Quale innovazione?

Il documento PNPS si pone sostanzialmente in continuità con le modalità già in atto di assegnazione e gestione degli spazi pubblici in città. In particolare non viene modificato il ruolo centrale e prevalente della amministrazione pubblica nella scelta di quali spazi assegnare e con quali finalità d’uso. Non ci sembra che sia stato introdotto alcun elemento realmente innovativo rispetto al dibattito sui Beni Comuni che anima il panorama nazionale ed internazionale, sebbene molte realtà abbiano sollecitato la Fondazione sulla necessità di fare un reale passo in avanti. Secondo quanto descritto da chi ha condotto questo percorso, invece, sarebbe stato introdotto un elemento di grande novità. Qual è la nuova proposta? Le Assemblee Territoriali (pag 15 punto d. del documento), ovvero unica modalità che permetterebbe a soggetti informali e autogestiti di partecipare all’assegnazione di uno spazio comunale.

Ciò non è totalmente vero e non appare di certo una novità: nel “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” del 2014 (allegato alla delibera PG n. 45010/2014, come modificato dalla delibera PG n. 9961/2018), che all’art. 5 ha introdotto i famigerati Patti di Collaborazione, vi era già la possibilità per i soggetti informali, individuati come “cittadini attivi” ex art. 4, di vedersi affidato un luogo. Sebbene già prevista, tale modalità non è però mai stata messa in pratica per l’assegnazione di uno spazio, né davvero valorizzata dalla amministrazione comunale. Perché questa volta dovrebbe funzionare?

Al solito: tutti contro tutti e vinca il migliore…

La novità delle Assemblee territoriali non è altro che la riproposizione della coprogettazione inserita all’inizio di un iter di cui l’amministrazione ha sempre il controllo. Tale coprogettazione facilmente si traduce in una competizione tra le varie realtà per il posto in palio, posto che non può essere proposto dal basso ma che viene deciso dall’amministrazione attraverso un avviso pubblico con il quale si aprono i lavori. Se infatti le parti non dovessero trovare un accordo entro un tempo stabilito (due incontri di un’ora!) per unire le diverse progettualità, l’amministrazione mantiene il compito di decidere quale fra i soggetti partecipanti abbia il diritto di sottoscrivere il patto di affidamento (p.12 PNPS). È irrealistica la possibilità di costruire un progetto comune in così poco tempo, tra realtà eterogenee e che non si conoscono.

Allora la “novità” è questa?

In presenza di ampia condivisione all’interno dell’assemblea sul modo di gestire l’immobile, la governance dell’immobile viene affidata direttamente all’assemblea stessa attraverso la stipula di una convenzione tra l’amministrazione e un comitato di garanti, che ha il compito di assicurare il rispetto delle regole e degli obiettivi che l’assemblea si è data” (pp.10-11 del PNPS).

Anche qui, nessuna novità ma come al solito un passo indietro! Poteva essere un’occasione per promuovere un modello di riconoscimento degli spazi e di indipendenza e autonomia delle assemblee degli stessi. Invece nella proposta della FIU non c’è riconoscimento di questa autonomia ma vengono semplicemente modificati i numeri e il controllo viene affidato a un comitato interno di garanti: se prima la responsabilità legale era di uno ora è trina o più!

Niente di nuovo a Bologna…

Nella sostanza, quindi, non vi sono grandi modifiche: il ruolo decisionale dell’amministrazione nell’assegnazione degli spazi in città rimane inalterato e si fa un uso strumentale dell’autogestione con il solito tentativo di appropriazione, solo lessicale, delle pratiche nate dal basso. Nessun passo avanti rispetto all’importante dibattito in corso sui beni comuni, nonostante il Laboratorio Spazi vi abbia più volte fatto esplicito riferimento, invitando anche come ospiti esperti realtà autogestite che in Italia hanno contribuito a sollevare il tema dei beni comuni in maniera seria e arricchente (quali, l’ex Asilo Filangeri di Napoli e Macao di Milano).

Quello che emerge dal percorso del Laboratorio e dall’esame del documento finale è il riproporsi del modello partecipativo alla bolognese: il risultato è predefinito prima ancora che il processo abbia inizio. In un articolo della rivista Asini, “Partecipazione senza potere“, cui rinviamo, tale modello è stato analizzato e sviscerato in profondità. Nuovamente le istituzioni si sottraggono al dibattito sugli spazi in città – che non sono solo immobili, ma anche piazze, giardini, luoghi abbandonati e privati. Evitando il confronto e costringendo di fatto esperienze consolidate a frammentarsi e a scendere a patti con la FIU e con altri soggetti partecipanti all’avviso pubblico,l’amministrazione ribadisce che la sua finalità non è conoscere e valorizzare le espressioni della cittadinanza, ma piuttosto controllare e indirizzare queste realtà per poter costruire un proprio consenso e pensare così di risolvere anche questioni politiche legate all’esistenza di spazi cittadini (antagonisti).

Integrazione successiva (che non sapevamo ancora quando abbiamo scritto queste riflessioni):
Rispetto alle criticità sopra riportate ci pare emblematica la mancanza di comunicazione e trasparenza da parte della FIU sugli sviluppi del processo, in particolare relativamente all’approvazione (o meno) da parte del Consiglio comunale del documento conclusivo del Laboratorio, il PNPS, e alla successiva applicazione dello stesso.
A conclusione del Laboratorio (novembre 2018) ci era stato annunciato un convegno per l’inizio del nuovo anno in cui il PNPS sarebbe stato presentato pubblicamente, e al quale sarebbero stati invitati anche i tre garanti esterni, previsti dal PNPS (pag. 25). In seguito, grazie anche al contributo dei pareri dei garanti, si sarebbe dovuto ridiscutere collettivamente nell’ambito del Laboratorio delle eventuali modifiche introdotte dall’amministrazione. Ciò non è mai avvenuto né ci è stata data notizia in merito. A distanza di qualche settimana di silenzio, la FIU ha pubblicato un avviso pubblico per 5 immobili * mettendo così in pratica la “sperimentazione” presentata nel PNPS.
È poi emerso che il PNPS poteva essere attuato senza modificare i regolamenti già presenti per l’assegnazione degli spazi, a dimostrazione che nulla è sostanzialmente cambiato!

* Uno degli immobili presenti nell’avviso pubblico è quello di via Fioravanti 12 (Banca Rotta). Si rimanda all’articolo pubblicato su questo stesso sito.


Prati di Caprara: un Bosco urbano dalla “jungla” dei conflitti

di Comitato Rigenerazione no Speculazione


Da anni pomo della discordia tra chi li considera un bacino di “degrado”, quindi opportunità economica da “riqualificare” a beneficio di investimenti privati, e chi li vive come un polmone per la città, i Prati di Caprara sono un tema centrale per le attuali e future politiche ambientali di Bologna. La lotta dei comitati per la preservazione dell’habitat naturale e della sua destinazione pubblica fa leva su un profondo cambio di paradigma: da “verde percepito”, edificabile, a Bosco urbano innestato alla città.


I Prati di Caprara sono un’area ex militare demaniale complessivamente di circa 44 ettari, che negli ultimi decenni, e in particolare a seguito della dismissione delle caserme, è stata protagonista di un importante processo di naturalizzazione. L’area è distinta in due zone, ovest ed est. Nell’area Est (27 ettari) la sostanziale totalità degli edifici militari sono stati demoliti, e si è sviluppato un bosco urbano spontaneo, mentre nell’area Ovest sono rimasti edifici dell’area militare e una importante area verde, con alberi adulti e zone a prati.

Immaginitratte da: ‘IL BOSCO URBANO DEI PRATI DI CAPRARA servizi eco-sistemici e conflitto socio-ambientale’ di G.Trentanovi, A.Alessandrini, B.Roatti

Il bosco urbano spontaneo dei Prati di Caprara di Bologna come patrimonio ecologico di biodiversità e di sostenibilità

Il bosco dei Prati di Caprara Est è un ecosistema forestale di 27 ettari sito in Bologna, tra via Saffi e il torrente Ravone, nelle adiacenze dell’ospedale Maggiore, in una delle aree di maggiore inquinamento atmosferico di Bologna. Gli studi effettuati evidenziano il contributo che questo ecosistema svolge nell’erogazione di servizi ecosistemici unici e molteplici, di altissimo livello quali-quantitativo, e non compensabili dall’attuazione di progetti che ne prevedano l’eliminazione, anche solo parziale.

Dal punto di vista strettamente naturalistico, la biodiversità dell’area è molto elevata. Sono state infatti osservate:

  • 200 specie di flora (erbacea e arboreo-arbustiva): un numero di specie elevatissimo se confrontato con la biodiversità vegetale delle aree urbane regionali e non. Un buon numero di specie è tipico di ambienti boschivi, ottimo indicatore del grado di evoluzione ecologica dell’area in decenni di libera evoluzione;
  • 61 specie di uccelli, molti dei quali (es. rapaci notturni, l’usignolo, il pettirosso, ecc..) non presenti nelle aree verdi urbane convenzionali e di interesse conservazionistico (anche di interesse comunitario, quale il falco pellegrino che è spesso in volo sull’area per ragioni trofiche);
  • 40 farfalle: sono stati monitorati solo i lepidotteri diurni, senza monitorare i notturni che solitamente in rapporto ai diurni sono circa 10 volte di più;
  • 7 specie di erpetofauna: alcune recenti segnalazioni in aree contermini e collegate funzionalmente ai Prati di Caprara rendono molto probabile la presenza del tritone crestato italiano, Triturus carnifex, specie di interesse comunitario;
  • almeno 60 specie di funghi: numerosità di specie elevatissima anche paragonandola agli estesi ambienti collinari di Bologna e con diverse entità non comuni.

Per quanto riguarda i servizi di regolazione della qualità dell’aria e l’attenuazione dei fenomeni legati ai cambiamenti climatici, sono ca. 720 i Kg di NO2 assorbiti all’anno e la vegetazione è in grado di catturare e metabolizzare da 900 a 1800 Kg di polveri sottili (PM2.5 e PM10); sono tra le 90 e le 260 le tonnellate di CO2 assorbite all’ anno per un pool di almeno 3500 tonnellate di carbonio stoccate. Le temperature superficiali durante i periodi più caldi sono di quasi 10 gradi inferiori rispetto all’ adiacente area dello scalo ferroviario e almeno 4-5 gradi inferiori rispetto alla terza cinta muraria.

foto: Gianluca Rizzello

Le previsioni urbanistiche sul bosco e la mobilitazione dei cittadini: un conflitto socio-ambientale

Nel Piano Urbanistico Generale (2020) il bosco dei Prati di Caprara è stato riconosciuto come elemento importante delle infrastrutture verdi e blu del territorio di Bologna, ma è stato individuato anche come sito dove eventualmente realizzare edilizia sociale e in affitto. Il PSC (Piano Strutturale Comunale) del 2009 individuava l’area come “ambito di sostituzione”, suscettibile di interventi edilizi con un mix di destinazioni d’uso dal residenziale, al terziario, al commerciale. Questa destinazione fu confermata dalle scelte del POC (Piano Operativo Comunale) del 2016 “Rigenerazione dei patrimoni pubblici”, che prevedeva per l’area oltre 1.000 alloggi e creava le condizioni perché nei vicini prati Ovest si potesse realizzare una grande struttura commerciale, previsione poi decaduta. Il sistema degli interventi nel quadrante dei Prati (che prevede anche un Prati Nord) era legato a doppio filo con quelli previsti nelle aree ferroviarie in via di dismissione (area Ravone), che se realizzati porterebbero alla costruzione di un vero e proprio nuovo quartiere nella città di Bologna.

Il recente PianoTerritoriale Metropolitano (2021), riconosce la destinazione ad area boscata di larga parte della zona (19,6 ettari su 27 circa), inserendola nell’Ecosistema boscato. In realtà questo riconoscimento dell’esistenza del bosco, era già presente nel progetto di rete ecologica allegato al PSC del 2009.

In conclusione, sull’area dei Prati di Caprara, pur a fronte di un crescente riconoscimento dell’esistenza di un bosco urbano con un elevato valore ecologico, continuano ad esistere quindi previsioni contraddittorie e rischi concreti di una sua edificazione.

Nel 2017 è nato un comitato di cittadin*, Rigenerazione no Speculazione, che si è opposto ai progetti di rigenerazione che avrebbero portato alla distruzione del bosco, secondo quanto previsto dal POC 2016 di “Rigenerazione dei patrimoni pubblici”, nell’ambito di una intesa quadro tra Comune di Bologna e Demanio. Il comitato ha sviluppato azioni di sensibilizzazione della cittadinanza e, attraverso mobilitazioni di protesta e promozione di studi e ricerche sul valore ecologico del bosco, sta lottando per una revisione radicale delle previsioni urbanistiche sull’area, attualmente affidata ad una società controllata dal Ministero Economia e Finanze, Invimit Sgr, per la sua valorizzazione sul mercato.

foto: Gianluca Rizzello

Le varie attività di informazione, divulgazione scientifica e disobbedienza civile promosse dal Comitato RNS hanno incrementato la sensibilità pubblica sul tema della preservazione del bosco e connessa strategicità ambientale-climatica e sociale, ottenendo il sostegno nella mobilitazione da parte di diversi gruppi, associazioni, altri comitati e movimenti sociali e ambientalisti. Il Bosco dei Prati di Caprara è divenuto così il bosco della discordia, come titolato da un noto quotidiano locale, o meglio un’area contesa tra visioni, politiche, sensibilità e logiche contrapposte, se non conflittuali.

In particolare, il Comitato ha promosso un processo partecipativo autogestito con un gruppo di cittadin* (ParteciPrati, 2017-18); un’istruttoria pubblica in Consiglio Comunale per la revisione delle previsioni urbanistiche sull’area (2018) che ha portato a un odg della maggioranza che accoglieva in parte le richieste del comitato, e un Dossier tecnico scientifico sui valori ecologici, naturalistici e sociali del bosco urbano dei Prati, che è stato trasmesso a tutte le istituzioni interessate (2020).

Contemporaneamente il Comitato RNS si è attivato nella promozione di una petizione cittadina – ‘Cambiare il POC si può’- con la principale richiesta di un Piano Operativo Comunale alternativo a quello del 2016 che ha raggiunto oltre diecimila firme cartacee; inoltre nell’ottobre 2018 una folla di circa 2.500 persone ha risposto all’invito ‘Abbracciamo il bosco’ distribuendosi lungo il perimetro dell’area in un abbraccio simbolico e protettivo; cinque mesi dopo,il 16 marzo 2019, al grido ‘Il bosco che cammina, il potere trema’, diverse migliaia di cittadin* vestit* da alberi hanno intrapreso una marcia festosa che ha attraversato la città fino a Piazza Maggiore, sotto alle finestre del Comune, testimoni di un bosco che lotta e si ribella alle speculazioni edilizie. Diverse passeggiate naturalistiche e didattiche, pic-nic, giornate di pulizia dai rifiuti, concerti, escursioni in bicicletta, semine per la ricorrente ‘Festa degli alberi’, organizzate regolarmente dal Comitato in questi anni, hanno dimostrato che il bosco è di fatto già fruibile, consentendo alla città di cominciare ad appropriarsene.

Il bosco dei Prati di Caprara è stato riconosciuto come “luogo del cuore” all’interno del 9º censimento della campagna del Fondo per l’Ambiente Italiano, grazie a una campagna promossa dagli stessi cittadini (17.727 voti, 19º posto nella classifica nazionale 2018, a fronte del dichiarato boicottaggio delle istituzioni cittadine, che avevano candidato l’originario edificio liberty delle Terme di Porretta come elemento di distrazione).

Il progetto di sistemazione dei sentieri e di valorizzazione naturalistica e didattica dell’area ha ricevuto il premio “menzione speciale” nel concorso Antartide 2019 “Bologna città civile e bella” promosso dal Comune di Bologna, Hera e Resto del Carlino.

foto: Gianluca Rizzello

Migliaia di cittadini sono attualmente attivi per preservare il bosco urbano spontaneo, che rappresenta anche un luogo identitario in quanto sede dal 1700 ad oggi di numerose vicende di rilevanza storico-paesaggistico (dinamiche interattive con i flussi del torrente Ravone e della canaletta Ghisiliera) e culturale (dalle tournee di Buffalo Bill alle partite a calcio di Pasolini). Per raccogliere queste tracce in una storia completa del sito il comitato ha creato e cura la pagina dedicata su Wikipedia, in italiano e in lingua inglese (https://it.wikipedia.org/wiki/Prati_di_Caprara). Nell’estate 2020 il comitato ha mappato la rete di sentieri interni al bosco urbano, dove realizza periodicamente passeggiate pubbliche con i cittadini per mostrare la bellezza paesaggistica e il valore ecologico del bosco, qui la mappa dei sentieri e la loro denominazione ispirata al valore storico e naturalistico del sito https://rigenerazionenospeculazione.wordpress.com/2020/06/21/inaugurazione-dei-sentieri-nel-bosco-dei-prati-di-caprara/

Per maggiori approfondimenti si rimanda al testo/dossier sul bosco dei Prati, ‘IL BOSCO URBANO DEI PRATI DI CAPRARA servizi eco-sistemici e conflitto socio-ambientale’ di G.Trentanovi, A.Alessandrini, B.Roatti, da cui sono tratte anche le informazioni e le immagini di questo articolo.

https://rigenerazionenospeculazione.wordpress.com/
https://www.facebook.com/Rigenerazionenospeculazione


Rendita, riconversione e rigenerazione urbana

di Paola Bonora, geografa


Il testo che segue è stato scritto alla vigilia dell’approvazione della nuova legge urbanistica dell’Emilia Romagna, che nel 2017 segnò una svolta nella politica di pianificazione. Dietro la parola d’ordine “consumo di suolo zero” si nasconde infatti un complesso di norme che aprono la strada all’aggressione del territorio e ad una declinazione neoliberista del concetto di “rigenerazione”.
È utile rileggerlo oggi – mentre iniziano a piovere i fondi del PNRR sui progetti di “rigenerazione” – perché mostra con chiarezza gli effetti della distorsione del linguaggio e degli strumenti dell’urbanistica ad opera di un ceto politico che ha abdicato al proprio ruolo di governo dei processi sociali.
Ringraziamo Paola Bonora per avere concesso la riproduzione dell’articolo, originariamente pubblicato in Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna, a cura di Ilaria Agostini (Pendragon 2017).


La situazione è stravagante. Tutti, costruttori in prima fila, si dichiarano concordi sulla necessità di limitare il consumo di suolo. Quando però si discute su come raggiungere questo traguardo le opinioni divergono a tal punto che i dubbi sui reali convincimenti diventano davvero forti. La proposta di legge urbanistica della regione Emilia-Romagna, che pure lo dichiara presupposto di fondo assieme alla rigenerazione, introduce una tale congerie di esclusioni, deroghe, eccezioni da rendere vano l’aver fissato la soglia massima del 3%. Il nocciolo del problema sta allora non tanto nel soppesare le retoriche adottate e stabilire chi mente di più in questo Monopoli dalle condizioni mutate, ma capire quale sia il contesto entro cui le nuove regole si troveranno ad agire e quali i ruoli e gli obiettivi dei giocatori. Che gli immobiliaristi vogliano far ripartire al più presto la partita è connaturato al loro negozio. Meno che l’istituzione si faccia paladina di questa parte in maniera privilegiata, ne promuova acriticamente gli investimenti e sottostimi gli interessi pubblici che stanno alla radice della sua rappresentanza. Interessi che, sotto il versante economico, potrebbero essere almeno in parte compensati da un maggiore equilibrio fiscale tra i soggetti in campo, che preveda anche oneri e non solamente premi e incentivi. Ovvero una più giusta ripartizione delle plusvalenze generate dalle trasformazioni urbane tra privati investitori e città pubblica.

Un paradigma di equa distribuzione delle risorse e dei loro potenziali che presuppone però si mantenga istituzionale la prerogativa della decisione e della pianificazione. Facoltà e compiti che sostanziano la potestà di governo, la quale non può discendere dalle volontà private di investimento, o comunque non solo e non prioritariamente da quelle, come vuole invece la proposta di legge. E si ponga anzi l’obiettivo di contenere le ingordigie del mercato che se lasciato libero di agire produce crisi devastanti come quella che stiamo patendo.

Peccato che di questi principi nella legge non si colga traccia ed anzi i comuni vengano esautorati di ogni potere e sia concesso loro come unico strumento la negoziazione, promossa a sede delle scelte urbanistiche su iniziativa unilaterale degli investitori. Con esiti che, nonostante i benauguranti auspici di «valorizzazione della capacità negoziale» espressi fin dal primo articolo nella consapevolezza della totale assenza di queste abilità, temibilmente metteranno in evidenza la debolezza degli enti minori nei confronti degli apparati – organizzativi, tecnici, di voice – dei poteri economici con cui dovranno confrontarsi. Una battaglia decisamente impari, temo, come le previsioni urbanistiche pregresse sono lì a mostrare. Mai ridimensionate e oggi chine agli step di partenza per scattare non appena la legge sarà approvata e fruire della liberatoria dei primi anni; già diventati cinque e vediamo quanti diventeranno prima che si applichi il famoso 3%.

L’altro enunciato su cui la proposta si basa, la rigenerazione, è un lemma che nel linguaggio politico-urbanistico odierno è talmente abusato da aver perso significato preciso, diventato il contenitore di tutto come del suo contrario. Anch’esso tuttavia, proprio nella sua insistente ricorsività, svela un progetto. I costruttori sono da tempo consapevoli della necessità di cambiare campo di investimento, che quello vecchio dell’espansione nelle aree agricole ha esaurito il proprio ciclo e, fattisi accesi sostenitori del riuso, chiedono di rientrare nei nuclei storici, in aree degradate ma strategiche da demolire, ricostruire, densificare. Operazioni che chiedono all’istituzione di sostenere sottolineando l’onerosità della prima parte del processo – acquisizione e bonifica – mentre dimenticano di segnalare le fruttuose implicazioni della seconda, ossia la forte rivalutazione che scaturisce da interventi di riqualificazione e intensificazione della rendita di aree centrali e semicentrali.

La «rigenerazione» rappresenta insomma il core business degli anni futuri. Una riorganizzazione del processo di produzione dello spazio (per dirla con il buon vecchio Henry Lefebvre) destinata ad incidere sul piano sociale e territoriale, che implica l’accorciamento del ciclo edilizio.

Il bene durevole per eccellenza, che non a caso definiamo e distinguiamo come immobile, entra nel gioco dello spreco consumistico e diventa labile, deperibile, riproducibile. Una sorte che è già capitata ai valori immobiliari, un tempo garanzia di investimento sicuro, che invece hanno mostrato la stessa volatilità dei prodotti finanziari di cui erano stampella. Nel passaggio dalla materialità del moderno alla precarietà del suo post, una serie di certezze sono cadute, ora sta crollando anche quello della durevolezza dei manufatti.

Un cambiamento che sottende il rientro dalla rendita marginale, avvantaggiata nei decenni della fuga dalla città e dello sprawl, a quella posizionale di rivalutazione della centralità allocativa. Una riconfigurazione dalle conseguenze importanti sia sotto il profilo territoriale che economico e sociale, da cui potranno derivare intense modifiche degli assetti attuali. Un processo che la legge emiliana decide di affidare ai privati e alle loro volontà di investimento, anziché mantenere istituzionali le redini delle scelte locali e trarre risorse per la città pubblica.

Sullo scacchiere immobiliare si gioca insomma il destino delle città nei prossimi anni, coinvolte in un intenso processo di “riconversione” (introduco volutamente questo termine di natura industriale che mi sembra più schietto) di abbattimento, ricostruzione e densificazione – senza rispetto, come indica la legge, per distanze, altezze, dotazioni; vecchi orpelli di un’urbanistica garantista demodé. Che cambierà la fisionomia e le modalità d’uso di aree centrali, o potenzialmente tali, ora degradate o anche solo sdrucite e abitate da soggetti sociali non consoni all’estetica cool stilema dell’attrattività. Ci si dovrà intendere sul concetto di degrado, se non vogliamo trovarci i picconatori sotto casa. Torna insomma il piccone risanatore, nelle vesti gioiose e politicamente illuminate della rigenerazione.

Che alcune aree, quelle dell’urbanizzazione frettolosa e caotica dell’immediato dopoguerra, meritino riconversione è innegabile. Si aprirà in ogni modo il problema degli abitanti, spesso anziani, stranieri, ceti disagiati. Una questione che vedrà necessariamente coinvolte le periferie ai margini dell’urbanizzato, nel fatidico 3% di suolo consumabile (ma in realtà credo prevalentemente in forma di edilizia convenzionata «di pubblica utilità» e dunque esclusa dal computo), in cui dovranno sorgere nuovi edifici costruiti all’uopo con contributo esentivo e premiale pubblico, per ospitare le popolazioni espulse dalle zone gentrificate, diventate troppo onerose.

La dinamica è lineare: riconverto zone centrali demolendo, ricostruendo, densificando, in più costruisco in periferia su terreni vergini sotto l’ombrello dell’interesse pubblico, accorcio in questo modo il ciclo di vita dei manufatti e introduco l’idea della loro precarietà così mi garantisco un mercato imperituro. Un dispositivo perfetto.

Peccato sia proprio l’Emilia a farsi protagonista di un nuovo ciclo edilizio a decisa impronta neoliberista, di cui la legge in via di approvazione è il manifesto esplicativo. Che nel linguaggio ambiguo e bifronte caro alla postmodernità, sistema i tasselli disordinati di pratiche già in nuce e confeziona il quadro normativo che le legittima. Offrendo ai grandi costruttori gli strumenti per interventi di gentrification di ampia scala, non solo su edifici ma su interi comparti urbani.


Clicca qui per il testo integrale della LEGGE REGIONALE 21 DICEMBRE 2017, N.24

fotografie: Gianluca Rizzello

Assemblea Sabato 18 Dicembre

Dopo l’ultima iniziativa all’ex Caserma Stamoto – D(I)RITTI ALLA CITTÀ. RETE PER GLI SPAZI PUBBLICI si riunisce per una nuova ASSEMBLEA. SABATO 18 dicembre dalle ore 17 alle 19.30 presso il B.U.C.O. – Via Zago 11 – sotto il ponte di Stalingrado
Decideremo insieme quali saranno le prossime tappe del nostro lavoro e le prossime iniziative pubbliche. L’assemblea è pubblica e aperta a tutti e tutte.

*ricorda di indossare la mascherina!

Aperti i cancelli dell’EX CASERMA STAMOTO per mostrare quanto è sottratto alla cittadinanza

Questa mattina, sabato 11 dicembre  D(i)ritti alla città, rete per gli spazi pubblici, ha aperto i cancelli della Ex Caserma Stamoto di Bologna, per permettere alla cittadinanza  di attraversare una delle più grandi aree militari dismesse in città (14 ettari), uno tra i numerosi  spazi pubblici dei quali non è possibile fruire.


L’iniziativa della giornata, è un momento di incontro e socialità convocato per sensibilizzare e informare sul destino degli spazi pubblici dismessi a Bologna . Essi sono  una risorsa essenziale per la collettività e per la ridefinizione del vivere urbano. Forte è la preoccupazione che su queste aree gravino progetti di ulteriore cementificazione che non tengano conto di possibili destinazioni per uso collettivo, laddove invece sempre più intenso è il processo di privatizzazione degli spazi pubblici della città. 


Sulla Stamoto il Comune di Bologna ha stipulato un accordo con il Ministero della difesa che contiene una clausola di segretezza: le cittadine e i cittadini nulla sanno di quanto si sta decidendo per la trasformazione di quest’area.

Ci troverete dentro alla Ex Caserma entrando dalla parte finale di via del Parco e ne usciremo alle 16:30

In programma (dalle 11 alle 16):
– Pranzo popolare
– Vin brulè
– Parata musicale
– Giochi e laboratori per bambini
– Punto di informazione Stamoto
– Laboratorio serigrafia




Il “Manifesto per gli spazi pubblici dismessi” redatto da D(i)ritti alla città è disponibile a questo link.

Per approfondimenti sui piani nascosti sulla Stamoto, qui un articolo dal nostro sito.

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti su https://dirittiallacitta.noblogs.org/

ingresso alla Ex Caserma Stamoto

Riprendiamoci la Cassa

di Marco Bersani (Attac Italia)


La Cassa depositi e prestiti rappresenta uno dei soggetti principali nel processo di privatizzazione dei beni pubblici. A Bologna è proprietaria di tre ex caserme (Sani, Mazzoni e Masini), per le quali ha stipulato un accordo con il Comune che prevede la costruzione di abitazioni, alberghi, parcheggi, supermercati e la distruzione di ampie superfici verdi. Abbiamo chiesto a Marco Bersani di raccontare cosa è Cassa depositi e prestiti e come il suo ruolo originario è radicalmente mutato dopo la sua privatizzazione.


Proviamo ad immaginare.

Una comunità territoriale, grazie al bilancio partecipativo, sceglie democraticamente le priorità d’intervento tra le opere da realizzare nel proprio territorio.

Le opere scelte – un asilo nido, un parco, la messa a norma degli edifici scolastici, la sistemazione idrogeologica del territorio, la ristrutturazione della rete idrica etc. – vengono finanziate attraverso il risparmio degli abitanti depositato in libretti postali e buoni fruttiferi e consegnato alla Cassa Depositi e Prestiti territoriale.

Poiché questi risparmi hanno un rendimento minimo, la Cassa Depositi e Prestiti territoriale potrà finanziare gli interventi con un tasso altrettanto minimo.

La comunità territoriale, proprio perché ha partecipato direttamente alle scelte sulle priorità d’intervento e le ha finanziate con il risparmio dei propri membri, avrà una naturale propensione a controllare che tempi e qualità delle opere realizzate siano le migliori possibili, evitando di per sé sprechi e corruttele.

Avremmo così ottenuto: un aumento della partecipazione e della democrazia basata sull’autogoverno; la realizzazione di opere che abbiano come finalità l’interesse generale; la possibilità di finanziarne la realizzazione fuori dal circuito speculativo del mondo bancario e finanziario; l’aumento del controllo democratico sulle procedure e i lavori di realizzazione, con la conseguente diminuzione di corruzione e sprechi; un’aumentata coesione sociale.

Un circuito virtuoso che potrebbe avvalersi degli oltre 275 miliardi di risparmi che cittadine e cittadini italiani già oggi affidano a Cassa Depositi e Prestiti, ma che vengono utilizzati in tutt’altra direzione e per ben differenti scopi.

Dalla sua istituzione, nel 1850, e per oltre un secolo e mezzo, Cassa Depositi e Prestiti ha avuto un unico compito di enorme utilità sociale: raccogliere e tutelare i risparmi dei cittadini e utilizzare questa enorme massa di denaro per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali.

Fino al 1990 questa era l’unica ed esclusiva modalità di finanziamento cui i Comuni potevano accedere.

L’avvento delle politiche liberiste ha investito in primo luogo tutto il sistema del credito e in breve tempo l’intero sistema bancario del Paese è stato privatizzato. A quel punto le banche private premettero sui governi per poter entrare dentro un enorme mercato da cui erano escluse: gli investimenti degli enti locali.

È così che, a partire dal 1990, si apre la possibilità ai Comuni di accedere al mercato per potersi finanziare, per arrivare, nel 2003 alla trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in Spa, modificandone profondamente natura e missione.

Da quel momento, Cassa Depositi e Prestiti dismette i panni di soggetto pubblico al servizio dei Comuni e diviene un soggetto di mercato che compete con le banche.

I finanziamenti degli investimenti degli enti locali diventano normali operazioni con tassi di interesse stabiliti dal mercato, e molti Comuni, ancora oggi, si trovano i bilanci gravati da mutui accesi due-tre decenni fa, con tassi di interesse divenuti da “usura”.

Sempre da quel momento il perimetro d’azione di Cassa Depositi e Prestiti si è ampliato a dismisura sino a farla diventare una sorta di “fondo sovrano” non dichiarato che interviene su tutti i settori dell’economia.

Quando parte la stagione della dismissione della ricchezza collettiva in mano ai Comuni, Cassa Depositi e Prestiti si trasforma in partner dei Comuni nella “valorizzazione” del patrimonio pubblico in vendita e in leva finanziaria per la privatizzazione dei servizi pubblici locali, favorendo i processi di aggregazione e accentramento nelle multiutility collocate in Borsa.

Si giunge così alla paradossale chiusura del cerchio: il risparmio dei cittadini viene utilizzato per favorire l’espropriazione degli stessi, sottraendo loro territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici locali.

La battaglia per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti è dunque fondamentale, da una parte per fermare l’utilizzo dei risparmi delle persone contro i diritti delle stesse; dall’altra, per mettere quelle ingenti risorse al servizio di un altro modello di Comune e di città, socialmente ed ecologicamente orientato.

Una battaglia necessaria, che poggia su alcune riflessioni e domande:

1. La natura dibene comunedella Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente dalla semplice considerazione sulla provenienza del suo ingente patrimonio, che per oltre l’80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio degli abitanti di questo Paese.

Tale natura è del resto anche giuridicamente sostenuta dall’art.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni) che così recita : “I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono ‘servizio di interesse economico generale’“.

2. Il paradosso risiede nel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata è appannaggio delle fondazioni bancarie. Diventa inevitabile la seguente domanda: come possono un ente di diritto privato (tale è la Spa) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazioni bancarie, decidere per l’interesse generale?

3. Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello “tradizionale” relativo al finanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in Spa, questa attività deve avvenire “assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti”-

Come recita l’art. 30 dello Statuto della società “Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio […] saranno assegnati […] alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esse rappresentato”. E le relazioni societarie annuali dichiarano con soddisfazione la chiusura dei bilanci con importanti utili netti, nonché il fatto di aver garantito agli azionisti, dall’avvenuta privatizzazione ad oggi, rendimenti medi annui ben superiori al 10%.

Se l’unità di misura delle scelte di investimento è la redditività economica delle stesse, non diviene evidente il “vulnus” di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico?

4. Cassa Depositi e Prestiti, da ente con primaria funzione pubblica e sociale è nel tempo divenuta una sorta di “fondo sovrano” che agisce ed interviene in tutti i settori dell’economia e della finanza del Paese. Questa gigantesca trasformazione comporta anch’essa un’ineludibile questione: si può lasciar decidere la strategia industriale di un Paese a una società di diritto privato, libera di perseguire i propri interessi di profitto, qualunque essi siano, nei settori che appaiono più interessanti e senza vincoli di alcun tipo?

E ancora: se questo è il ruolo attuale della Cassa Depositi e Prestiti, è accettabile che le priorità di intervento nel sistema industriale ed economico del Paese non vengano stabilite nelle sedi deputate (il Parlamento) e che i mezzi per perseguirle escano dal controllo pubblico?

5. Con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in Spa si pongono problemi rilevanti di diritto all’informazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti.

Se infatti per 150 anni la destinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era univoca, conosciuta e condivisa dai detentori dei risparmi, con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile di democrazia partecipativa: i detentori e le detentrici dei risparmi devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipare all’indirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere, ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi.

6. In seguito a modifiche statutarie intervenute successivamente alla privatizzazione, il risparmio postale dei cittadini può oggi essere utilizzato anche per il finanziamento di interventi privati. Naturalmente, essendo il risparmio garantito dallo Stato, nessun individuo vede messo a rischio il risparmio individuale depositato. Tuttavia, una riflessione è inevitabile: in caso di finanziamenti di iniziative private che dovessero fallire, la garanzia di copertura dello Stato sul risparmio individuale si tradurrebbe in aumento del debito pubblico (ovvero sarebbe ugualmente scaricata sui cittadini).


Per approfondire, suggeriamo la lettura di questo articolo di Marco Bersani sulla storia di Cassa depositi e prestiti dalla fondazione ad oggi.

Inoltre segnaliamo la campagna “Riprendiamoci il Comune” a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per la socializzazione di Cassa depositi e prestiti e per la riforma della finanza locale.

EX STAMOTO: OLTRE I MURI, IMMENSI SPAZI PUBBLICI / sabato 11 dicembre

Lo sai che in quartiere c’è una delle più grandi aree militari dismesse?
Uno spazio immenso di 14 ettari (20 volte Piazza Maggiore) che è stato sottratto alla cittadinanza!
Gli accordi presi dal Comune per quest’area sono segreti.

11 dicembre 2021 dalle 11.00 alle 16.00*
Giardino di via Spartaco

Ci troveremo per una giornata di socialità… pensando a ciò che si potrebbe fare oltre i muri della Stamoto!

Vi aspettiamo con:
– Pranzo popolare (porta posate/bicchiere/ciotola se riesci!)
– Vin brulè
– Parata musicale
– Giochi e laboratori per bambini
– Punto di informazione Stamoto

– Laboratorio serigrafia (portate lenzuoli o magliette!)

*in caso di pioggia l’appuntamento sarà rinviato, segui gli aggiornamenti sui nostri canali social

Banca Rotta: l’importante è “partecipare”?

L’Amministrazione bolognese adotta formule come “Immaginazione Civica” e “Innovazione Urbana”, nomi seduttivi per rinnovarsi (nell’immagine) e far sognare… mentre l’esperienza mostra un’altra storia.

Di Banca Rotta SRL – Spazio Relativamente Liberato


C’erano una volta un bando e una “banca rotta”. Il bando è quello che nel dicembre 2018 il Comune di Bologna indìce per l’assegnazione di un locale in via Fioravanti 12 (in Bolognina, nel complesso dell’ex mercato ortofrutticolo), precedentemente occupato da una banca. Nel bando – tecnicamente, un avviso pubblico – viene auspicata «la sperimentazione di forme mutualistiche e collaborative di vicinato proprio al fine di rispondere ai bisogni del quartiere, soprattutto in riferimento ai mutamenti urbani dell’area».
Banca Rotta è il nome del gruppo – composto da dodici realtà associative già attive nel territorio – che decide di partecipare all’avviso pubblico facendo leva sulla forza aggregativa e non competitiva; e che nella proposta presentata delinea la trasformazione di uno spazio abbandonato (l’ex banca) in bene comune per il quartiere, per reagire alla mancanza di luoghi di aggregazione pubblici e aperti in cui poter promuovere cultura, socialità e idee, uno spazio che chiunque possa utilizzare… La proposta piace e Banca Rotta si aggiudica il bando cum laude! Un matrimonio perfetto e… «vissero tutti felici e contenti»? Fine della storia? E invece no: le nozze erano coi fichi secchi.
I locali dell’ex banca sono piccoli, fuori norma, con un piano superiore e uno sotterraneo inagibili, costi di gestione insostenibili… nulla di quanto progettato può davvero realizzarsi in quelle condizioni, in primo luogo l’accessibilità per tutte le persone e dunque l’apertura dello spazio al quartiere. Ma Banca Rotta, forte del vivo apprezzamento per il progetto, confida nell’avvio di una seria “coprogettazione”, proprio per superare questi ostacoli strutturali e dare inizio il prima possibile alla sperimentazione richiesta nel bando.

«Beh... è ovvio che se quello spazio fosse stato in buone condizioni lo avremmo messo a valore, non certo dato a bando!»

Sia beata la sincerità che si respira al Settore Edilizia e Patrimonio, perché proprio questa fu la candida risposta. Ed è forse proprio in questa frase che si riassume tutta intera la politica del territorio di chi governa la città. Una politica socialmente fallimentare, una vera e propria bancarotta delle varie amministrazioni che si sono succedute negli anni: da un lato, progetti di speculazione e gentrificazione faraonici, con sperpero di milioni di euro pubblici in opere incompiute, inutili o ridondanti ma funzionali agli appetiti di pochi. Dall’altro, l’espulsione di abitanti e delle realtà sociali radicate in quartiere. In più, un bel fico secco a ogni esigenza collettiva espressa dal basso, in forme indipendenti e non compatibili con i progetti istituzionali, alla faccia delle verniciature “partecipative”. Esempi lampanti di un simile fallimento sono i tanti sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, che hanno sempre più desertificato questa città dal punto di vista sociale e culturale e che rivelano quanto l’Amministrazione (che pur si ammanta dello slogan «Resistere è creare»!) sia veramente aperta allo sviluppo di una genuina attività mutualistica che metta in discussione questo sviluppo urbano basato sul mero profitto. È l’esito coerente di una (in)cultura politica che crea mille ostacoli a reali percorsi di partecipazione dal basso, mentre costruisce ponti d’oro agli interessi di gruppi privati (che poi, bisogna ricordarlo, falliscono a loro volta…).

Banca Rotta vuole costruire un libero spazio comunitario e di socialità, perché le parole “immaginazione” e “civica” le piacciono molto (ma le due, insieme, ora molto meno). E allora, perché mai infilarsi nella triste storia dell’immaginazione civica e dell’innovazione urbana, pur criticando la miseria dei locali messi a disposizione dal Comune? Per diverse ragioni che, dopo più di due anni, restano gli assi portanti del progetto (che, ricordiamolo, ha regolarmente vinto quel bando per via Fioravanti 12, con atto esecutivo dal 19/4/2019).

  • Banca Rotta ritiene giusto che lo spazio in via Fioravanti 12 sia reso agibile e a norma, così che tutte le abitanti del Navile e della città possano utilizzarlo. Lo spazio infatti deve essere di tutte e non solo delle associazioni e gruppi informali che lo hanno “vinto” con l’avviso pubblico. Perché questo spazio non è stato ancora reso disponibile?
  • Banca Rotta ha constatato direttamente come l’Amministrazione metta a bando solo spazi in condizioni misere, o per dimensioni minime o per carenze strutturali, mentre centinaia di beni di proprietà pubblica, anche grandi e in buone condizioni, da anni o addirittura da decenni rimangono inutilizzati. Perché il Comune non mette questi spazi a disposizione della collettività?
  • Banca Rotta ritiene giusto che vengano ridiscusse le forme di gestione degli spazi e degli immobili pubblici, che devono essere “ad uso civico” e considerati a tutti gli effetti dei “beni comuni”, perché al netto delle vuote dichiarazioni è necessaria una reale volontà politica di cambiamento. Banca Rotta chiede che si dia vita a un tavolo politico in cui associazioni, collettivi, gruppi della città discutano con l’Amministrazione sulla politica degli spazi pubblici della città in relazione alle esigenze sociali della cittadinanza, sugli spazi autogestiti e su quelli inutilizzati, così da restituirli alla cittadinanza in forme e modi diversi da quelli anacronistici fin ora obbligati dalle burocrazie. Perché si ha paura di coinvolgere davvero la collettività e di ascoltare i bisogni delle varie realtà associative?

Ma questa storia parla anche di una grave incoerenza istituzionale perfino rispetto alle stesse regole di una partecipazione farlocca, un gioco a carte truccate che l’Amministrazione ha imposto dall’inizio e Banca Rotta ha accettato di andare a vedere fino in fondo. Lo spazio è stato ufficialmente assegnato a Banca Rotta, a seguito di un regolare iter amministrativo (l’avviso pubblico) e quindi a termini di legge; ma il padrone di casa è improvvisamente scomparso con le chiavi. Nessuno ha ancora spiegato perché, dopo il passaggio formale dell’assegnazione dello spazio di via Fioravanti 12, e nel bel mezzo di un confronto per definire i dettagli del suo affidamento, dalla sera alla mattina il Comune sia letteralmente sparito; ben tre email (31 gennaio; 26 febbraio, 23 ottobre, posta certificata) inviate nel corso del 2020 sono rimaste senza alcuna risposta. Sarebbe anche una questione di educazione, volendo…
Intanto, nel silenzio imbarazzante dell’Immaginazione al potere, sono passati i mesi, è arrivato il Covid ed è naturale chiedersi cosa Banca Rotta avrebbe potuto fare per il quartiere in termini di mutuo sostegno sociale, se non ci fosse stata quell’ottusa – e finanche poco onorevole – fuga burocratica e politica. Ma tutto questo non può davvero stupire. Il destino degli spazi o beni pubblici a Bologna è sempre stato deciso totalmente dall’alto, senza un canale permanente e serio di consultazione/coprogettazione con le associazioni, i gruppi informali, i collettivi che a Bologna da anni producono cultura, socialità, mutuo aiuto, critica e partecipazione dal basso. Il Laboratorio Spazi, unico strumento previsto per la (teorica) compartecipazione alle decisioni, si è rivelato un misero diversivo privo di qualsiasi potere decisionale. La partecipazione si riduce alla retorica compiacente della «città con te», in realtà un tentativo di incanalare la socialità spontanea in percorsi falsamente orizzontali che conducono a un lieto fine solo se rispettano senza fiatare le compatibilità imposte a priori dall’alto, i compromessi al ribasso e le reciproche convenienze clientelari.
Conclusione? Banca Rotta ha toccato con mano la fuffa dell’innovazione urbana, dell’immaginazione civica e della partecipazione dal basso in questa città; ha attraversato in prima persona il paradosso per cui alla fame di spazi e socialità si risponde solo con le briciole. E alla fine, pur rispettando le regole, nemmeno quelle briciole. Evidentemente Banca Rotta non è più conveniente.

Per continuare a esistere come spazio politico, non disperdere il percorso di convergenza costruito tra diverse soggettività e rilanciare la rivendicazione del bisogno di spazi, a maggio 2021 esce The Banca Rotta, il giornale auto-prodotto che attraverso parole, immagini e diagrammi, racconta in modo esteso, analitico e accessibile una storia che altrimenti sembrerebbe una fiction, anzi… frutto dell’Immaginazione.

Per scaricare la pubblicazione in pdf clicca qui.

I piani nascosti del Comune di Bologna su vaste aree pubbliche

Le ex-aree militari sono una risorsa per il futuro dell’habitat urbano, la cui gestione manca di trasparenza e partecipazione.

di D(i)ritti alla Città


La data è simbolica: 17 gennaio 2020. Quel giorno, nel tardo pomeriggio, in Piazza Maggiore si contrapposero due visioni opposte della città. Nella piazza c’erano centinaia di persone riunite dopo lo sgombero dell’ex caserma Sani che aveva avuto luogo il giorno prima. L’occupazione era durata due mesi ed era nata dopo un altro sgombero, quello di XM24, avvenuto nell’agosto 2019 su iniziativa del Comune di Bologna che aveva deciso di porre fine a un’esperienza di autogestione per la quale aveva concesso spazi di sua proprietà nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo.

Contemporaneamente, all’interno di Palazzo d’Accursio, il Sindaco di Bologna e il Ministro della difesa siglavano un accordo per la “rigenerazione” di due grandi ex caserme in disuso, Stamoto e Perotti, che si estendono per circa 200.000 metri quadri tra via Massarenti e il quartiere Fossolo.

Da un lato chi manifestava perché gli spazi pubblici venissero messi a disposizione delle cittadine e dei cittadini, dall’altro chi si occupava della loro privatizzazione.

L’accordo, infatti, è incentrato sulla “valorizzazione” delle aree intesa esclusivamente come strumento di “ritorno economico”. È la stessa “valorizzazione” che è stata applicata ad altre tre ex caserme (Sani, Mazzoni e Masini), che si concretizzerà in palazzi, supermercati, uffici, parcheggi, alberghi, come previsto dall’accordo siglato con Cassa depositi e prestiti.

Il copione è sempre lo stesso: beni pubblici in disuso vengono privatizzati anziché essere destinati a funzioni pubbliche, edifici storici lasciati all’abbandono vengono demoliti e ampi spazi verdi sono destinati ad essere rasi al suolo.

Ci sono altri due aspetti dell’accordo su cui è importante soffermarsi. Il primo è che il Consiglio comunale è stato di fatto esautorato. Infatti l’oggetto principale del testo è l’adozione di variazioni degli strumenti di programmazione e pianificazione urbanistica. Ma i piani territoriali ed urbanistici e le eventuali deroghe sono di esclusiva competenza del Consiglio comunale, che dell’accordo è rimasto all’oscuro.

Ma all’oscuro rimangono tutte le cittadine e i cittadini: infatti l’accordo contiene una clausola di riservatezza che vieta alle parti di divulgare “le informazioni […] acquisite nel corso dell’espletamento delle attività” e il contenuto della “loro collaborazione ai sensi del Protocollo”. In pratica l’accordo, pubblico nella forma, è segreto nella sostanza.

Chi fa parte del tavolo tecnico previsto dal protocollo? Quante volte si è riunito e qual è stato il contenuto degli incontri? A che punto è il progetto di “valorizzazione”? Cosa prevede? Quali sono i tempi di attuazione? Quali variazioni degli strumenti di pianificazione urbanistica sono stati ipotizzati?

Queste domande sono destinate a rimanere senza risposta fino a quando sarà troppo tardi per intervenire. L’accordo svela la falsità dei discorsi sulla “trasparenza” della pubblica amministrazione e sulla “partecipazione”, tanto sbandierata dal Comune di Bologna. Nella realtà, la città deve essere tenuta all’oscuro fino a quando i giochi non saranno fatti. A quel punto il Consiglio comunale sarà chiamato semplicemente a ratificare scelte compiute altrove, e le cittadine e cittadini assisteranno impotenti all’ennesima sottrazione di spazi pubblici e a nuove colate di cemento.

Questo è il discorso dominante sulla gestione del territorio che D(i)ritti alla città vuole rimettere in discussione.

 

foto 1 e 3: Gianluca Rizzello